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Ne avevo viste troppe io di cose non chiare per essere contento. Ne sapevo troppo e non ne sapevo abbastanza.

Louis-Ferdinand Céline
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Ieri Vattimo su Chavez e democrazie (da il manifesto)
Di Carvelli (del 31/08/2007 @ 10:49:02, in diario, linkato 3831 volte)

Nella relativa quiete che caratterizza la politica nel mese di agosto, quando presidenti, ministri, parlamentari sono in vacanza, emergono per lo più, sui giornali, sia tematiche futili adatte a riempire le pagine senza provocare danni, sia le questioni di lunga durata, che non perdono la loro attualità e a cui quindi si può ritornare sicuri di suscitare qualche interesse. Di questo ultimo genere sembra essere, nei giornali europei, la ripresa della polemica su Chavez e i regimi «populisti» latino-americani.
Si è fatto, dapprima, un gran parlare della «chiusura» di una televisione privata venezuelana, decisa dal governo in perfetta osservanza delle leggi vigenti; più di recente della intenzione di Chavez di cambiare il nome di Caracas, per riprendere quello più antico e di origine indigena; della sua decisione di cambiare l'ora legale venezuelana in modo da usufruire meglio della luce del giorno risparmiando energia; e infine, della progettata modifica della costituzione che dovrebbe permettere a Chavez di essere rieletto oltre i limiti attualmente fissati al numero di mandati. A proposito di quest'ultimo punto, c'è stato chi ha fatto osservare che gli Stati uniti sono stati governati in questi ultimi anni sempre dai membri di una stessa famiglia, quella dei Bush, a cui minaccia di sostituirsi un'altra «dinastia», quella di Bill Clinton e della sua signora, probabile nuovo presidente dopo le prossime elezioni, verosimilmente votata, come sempre, da meno di un quarto della popolazione statunitense, data la bassa percentuale di elettori che abitualmente partecipano alle votazioni presidenziali. Con la differenza, a favore di Chavez, che la costituzione venezuelana prevede la possibilità di revocare il presidente in corso di mandato con un referendum popolare; se negli Usa esistesse una possibilità del genere, George W. sarebbe già a casa da tempo.
Ma il punto è che, secondo uno schema ben consolidato nella opinione pubblica «democratica» dell'Occidente, in vari modi orientata dai cospicui finanziamenti della Cia e di organismi analoghi, ogni mossa dei governi «canaglia» che mettono in discussione l'egemonia economica, ideologica, persino «morale» degli Usa, viene utilizzata per mettere in guardia la gente dal pericolo che nel mondo latino-americano si consolidi una qualche forma di socialismo capace di resistere alla espansione del modello «democratico» americano (in Italia lo scriviamo con la K, ameriKano: sarebbe bene adottare la grafia dovunque, in modo da sottolineare la sua specificità negativa...). In vista di questa espansione, gli Usa adottano sia la via delle armi, bombardando Iraq, Afghanistan e simili in nome del diritto naturale di quei popoli ad avere la democrazia; sia la via della persuasione mediatica, pretendendo che dovunque non ci siano campagne elettorali destinate a far vincere chi ha raccolto più soldi (è il caso di Mrs Clinton, come si sa) regni un populismo in cui le masse sarebbero manovrate da dittatori senza scrupoli. Ciò che nella mentalità «occidentalista» che domina largamente la stampa e i media nordamericani ed europei è l'assoluta incomprensione, non innocente, di ciò che paesi come il Venezuela di Chavez, la Bolivia di Morales, e prima la Cuba di Castro stanno cercando di fare per instaurare regimi democratici liberi dal ricatto dei poteri economici, interni e internazionali. Non credo che sia possibile far credere a un elettore italiano, o francese, o anche nordamericano, che il sistema elettorale dei loro rispettivi paesi - con liste decise dalle burocrazie dei partiti, e assoggettate fin dall'inizio e fino all'esito elettorale ultimo, al potere del denaro che partiti e candidati riescono a gettare nella campagna - dia maggiori garanzie liberali e democratiche del modo in cui, a Cuba come in Venezuela, le liste dei candidati vengono costruite in base alle scelte di comitati di base che discutono e decidono spesso pubblicamente, dunque con qualche rischio di pressioni personali e di gruppo, ma sempre secondo una logica piuttosto politica che economica e, in definitiva, aperta a ogni corruzione.
Si può non desiderare di importare nei nostri paesi costituzioni di tipo venezuelano o cubano; ma è molto irragionevole, anche da parte dei difensori della democrazia di tipo occidentale, non rendersi conto che proprio i nostri regimi pretesamente democratici stanno soffocando nel crescente disinteresse degli elettori per la partecipazione politica, e nella generale rassegnazione a vivere dentro i confini di una «compatibilità» (con le esigenze dell'impero americano, con le regole del libero mercato...) che minacciano di condurci in breve all'autoritarismo dei controlli generalizzati (anche qui, Bush insegna), all'esaurimento delle risorse planetarie, e alla guerra infinita contro un terrorismo che si nutre proprio dei suoi disastrosi «danni collaterali». Se si legge un teorico politico come Roberto Mangabeira Unger, certo non sospetto di antiamericanismo visto che è stato a lungo professore a Harvard, ci si rende conto che anche per il funzionamento di una democrazia formale come la nostra, occorre una presenza efficace di organismi di base molto più simili ai comitati di quartiere e alle misiones di Chavez che non alle nostre sempre più inesistenti sezioni di partito. Nel linguaggio del socialismo delle origini, questi organismi si chiamavano soviet. Un termine che non si può più adoperare, e certo per buone ragioni. Ma non sarebbe il caso di ripensare in modo meno settario, e con altre parole, al suo significato?
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